Marco Lorandi Bedogni Pietri

realtà dell’inconscio. Per questo accentua sempre i toni e li rende corposi, evidenti, plastici da ribaltarli nella finzione ingannatrice, nel regno dove i vestimenti regali possono celare i misteri della morte e della dannazione (“Salomé e la testa del Battista” 1995).
Più guardo le opere di Marco e più scorgo in lui la doppia condizione di realista e visionario, è uno degli scultori meno “neutri” che io abbia mai conosciuto, non c’è gesto nel suo fare che ogni volta non sia esercitato contro l’opacità, l’inerzia della vita com’è. D’altro canto la scultura, forse ancor più della pittura, è luogo per “eroi”, per immensi campioni di fatiche della conoscenza, del dominio sulla materia, del suo farsi e disfarsi inesorabile.
Diretto nell’arte come nella vita, privo di filtri nel fare e nel dire, con un grande amore per la verità e uno sguardo rivolto un po’ più in profondità di un estetismo fi ne a se stesso, lavora con la costanza e la coscienza di un artigiano, l’ansia della sperimentazione dello scienziato e il tormento dell’artista mai appagato, mentre la mente continua a predisporre nuovi percorsi da seguire. Ed è grazie a questo suo modo d’essere che egli ha saputo condurre il punto del proprio fare non fermandosi ai bordi, alle estremità del sentimento ma addentrandosi nel cuore, per quel desiderio irrefrenabile di essere dentro le cose, come dentro la materia.
Nascono così queste opere solennemente composte, che custodiscono e riaffermano l’aspirazione al sublime senza mai cadere nel già troppo scontato; la necessità poetica di Lorandi si trova altrove, la storia forse c’entra ben poco, il senso che la guida è un altro: l’eternità, le cose che restano.
Ho ancora davanti agli occhi una delle sculture più recenti “La polena della Sirena” (1995), le sue cromie esuberanti, il blu, il cobalto, l’oro e il rosso. Tutto le ha chiesto l’artista: di essere luogo di fatica e di splendore, di cruda immanenza e di sogni avventurosi, di concentrata figura e distanti, ingigantite atmosfere. Luogo di riferimenti alti e distesi lungo un asse paradigmatico aulico, consapevolmente affondato in tempi e secoli remoti; luogo anche di chiusi pensieri, di movimenti istintivi e quasi automatici della mano sapiente. È così tutta l’opera di Marco Lorandi: complessa, diramata,  colta  e  insieme avvinta  ad  una sua radice,  ad  una cultura di

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