Marco Lorandi Bedogni Pietri

immagini raccolte e personali, ineludibili suggestioni del cuore. Intendo dire che quanto si genera in Marco ha certo una consentaneità da lui trovata altrove (sia esso un altrove cronologico o un altrove geografi co) torna poi sempre a legarsi con il luogo primo, il tempo attuale e passato della sua vita. Così una delle opere più toccanti “Le prefiche o piangenti” (1994-95) ha quella dilagante ansia di pietà per l’uomo, il suo essere, il suo stare temerario davanti all’infinito, e non è per scelta, ma perché è così il senso dell’esistere.
C’è in questo una dolcezza estenuante, continuamente protratta, ed insieme, il gusto per una analisi delle forme, e non soltanto le forme sensibili, ma anche del pensiero, del sogno, della previsione allarmata, del destino. Le Prefiche… figure tolte da un tempo antico, scavate come dolmen, scavate dal battere delle onde, della luna, delle lacrime.
È questo il senso del lavoro di Marco Lorandi: il presente e la memoria, lo slittamento della memoria nel presente, ma anche la contemporaneità tra l’una e l’altro. Tutto è costruito entro limiti che si aprono, limiti che non contengono più questa vicenda.
Sulla superficie d’argilla, a tratti velata, o dipinta o graffiata, levigata, incisa, lo spazio si dipana e complica come un canto di preghiera, una orazione ebbra e profana rivolta alla possibilità di colmare il vuoto ed il silenzio tramite note segrete (Sindone, 1994-95).
Nate come amore estremo queste immagini, apparentemente “semplici”, vengono in realtà soffocate non dalla materia, ma da un’ombra passionale ed impenetrabile. Così la scultura nasconde i propri occhi come se la conquista del campo della visione dovesse essere sempre una grande avventura dei sensi, del resto l’entusiasmo erotico che incanta le sue opere risveglia la coscienza, non la stordisce. E tutto viene da questo estro libero, da questa immediata espressività, dalla carica emotiva che viene dall’interno, in un movimento che non è solo di natura intellettuale o semplicemente sensitivo, ma di piani che la luce trafigge, di linee che rientrano e poi riemergono continuamente nella purezza del ritmo.
Richiami improvvisi di pieni, vuoti, luce, colore che creano una immediatezza dinamica vivissima. È per questo che in queste sculture si deve "entrare",  non possono  contemplarsi da un solo punto di vista, tutto

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