Marco Lorandi Bedogni Pietri


Titolo: Il labirinto di Ulisse
Editore: CUT
Città: Bergamo
anno: 1980

Il romanzo Ulisse, al di là del pur esplicito riferimento al poema epico di Omero, più nella cornice coreografica che nella sostanza della narrazione, rappresenta una raccolta di “materia” linguistica (immaginata, sgorgata, emanata, riflussa, ripresa, innestata, effusa, coagulata, ribollente, caotica, ecc.) che bada non tanto ai “contenuti” quanto alla materialità degli oggetti e dei soggetti raffigurati (continua è, infatti, la metamorfosi e la simbiosi tra il mondo umano e quello animale) addizionati, assimilati, agglutinati liberamente nell’impiego della analogia e nell’uso costante di una parola-immagine-simbolo. L’unicità e l’esemplarità di questo romanzo-antiromanzo, la sua “incomunicabilità”, stanno ad indicare l’opposizione di Joyce al romanzo oggettivo e preordinato dove il contenuto è esaltato in relazione alla società borghese, all’ordine precostituito e alla necessità “logica” di organizzare la materia caotica della vita. Ora la vita nell’immagine di Ulisse si manifesta come smembramento di parti, di frammenti, di singoli pezzi giustapposti o semplicemente suturati insieme per presentarli nel loro essere, senza subordinazione di causa ad effetto e dove trionfa il senso della scrittura creatrice che si genera e autogenera indifferente all’ordine, ai lessici, alla gerarchie secondo la morale borghese e gli ideali del ben dire, del ben stare, del decoro tradizionali. [...]

Marco Lorandi Bedogni Pietri